Hólar farm: il paradiso degli animali

A due ore e mezza di strada da Reykjavik, andando verso il nord, nella regione chiamata Búðardalur si trova una piccola fattoria. Chiamarla “fattoria” è senz’altro riduttivo, sui social network è presente come Hólar farm mini-zoo ma penso che sia molto di più.
Io sono andato a visitarla ed è stata l’esperienza più bella di questo viaggio. Non sapevo bene cosa aspettarmi, ma tenevo in gran considerazione il consiglio di Ilaria Martinelli. Vi racconto com’è andata.

Hólar farm
Hólar farm

La fattoria si trova in una zona piuttosto isolata ma a un quarto d’ora dal centro abitato più vicino, si accede attraverso una stradina secondaria sterrata.
Parcheggio in un’area antistante la casa e scendo dalla macchina. Nel momento in cui chiudo la portiera, vedo un border collie corrermi incontro.
Ha con sè un pallone, sgonfio per poterlo tenere tra i denti, e lo deposita ai miei piedi. Vuole giocare.
Sono esterrefatto, non mi sarei mai aspettato un benvenuto del genere.
Tiro un calcio al pallone, che rotola poco più avanti. Il cane si lancia all’inseguimento, lo afferra tra i denti e me lo riporta. Ripeto l’azione un paio di volte, poi decido che forse è il caso di annunciare in qualche modo la mia presenza.

Scorgo in lontananza un gruppo di visitatori accompagnati da una ragazza, dev’essere la figlia della proprietaria.
Mi aspettavo qualcosa del genere, a gestione familiare. La sopresa, però, arriva poco dopo: è un bambino (quanti anni avrà avuto? Nove?) l’incaricato a farmi da guida, ed è la sua prima volta. Anche io sono alla mia prima esperienza islandese, l’emozione è reciproca.
Anche se non fa molto freddo tira vento e io sono tutto intabarrato e con la sciarpa ben stretta fino al naso. Mi sento in dovere di spiegare che non sono abituato al freddo islandese. Il bambino strabuzza gli occhi, mi dice:
– Ma quale freddo? Siamo ad agosto, fa caldo!
Vagli a spiegare che in Spagna ci sono quasi 40 gradi ovunque e qui nemmeno la metà.
E così abbiamo rotto il ghiaccio, ci siamo fatti due risate, ora può condurmi verso il recinto delle capre.
Quando lo apre, i due grossi esemplari ci vengono incontro. Mi dice i loro nomi, quanti anni hanno, mi indica il maschio, la femmina, poi mi fa vedere i piccoli. Mi spiega come accarezzare gli animali senza infastidirli, ma io mi tengo a distanza di sicurezza. Non si sa mai.

Poi mi chiede quali altri animali voglio vedere, ma io voglio vedere tutto. La visita prosegue: prima incontro un enorme maiale grigio, che non ci degna della minima attenzione, poi tocca ai coniglietti ai quali lancio qualche foglia di lattuga.
Sono un po’ impaziente, io voglio vedere i cavalli islandesi, quelli delle saghe, dei romanzi di Laxness.
I cavalli islandesi sono un po’ più bassi rispetto a quelli di qui, ma molto più belli. Il mio preferito è rossiccio, con la criniera bionda.

Cavalli islandesi

Gli do una carota, diventiamo subito amici. Ben presto però vengo accerchiato: gli altri hanno visto il sacchetto delle carote e vengono a reclamare la loro parte. Non ho paura, sembrano così mansueti. E comunque quando le carote finiscono diventano meno espansivi. Eccetto il mio amico, che ormai mi sta addosso e continua a strofinare il muso contro la mia mano.
La mia giovane guida mi spiega che i cavalli sono di grande aiuto quando vanno a recuperare le pecore che si sono perse tra le montagne. Gli animali qui sono spesso tenuti liberi, pertanto intuisco che a volte tornano e a volte no.

Un intero capannone è dedicato ai volatili. Qui incontro la “star”, l’orgoglio di famiglia: il corvo Krummi, che ha “recitato” in una serie di Netflix.
Parla (in islandese), è addestrato a compiere piccole azioni e obbedire ad alcuni comandi. Un animale meraviglioso.
Il resto del locale è abitato da un paio di tacchini, galline, diversi porcellini d’India e da numerosi volatili delle specie più svariate.
Vedendo così tanti animali, viene quasi naturale domandarsi se e in quale misura facciano parte anche del loro nutrimento. Il bambino mi risponde accigliato:
– No. Noi non mangiamo i nostri animali.
Soltanto – ammette poi – delle pecore quando sono troppo in sovrannumero, in passato sono arrivati ad averne un centinaio.

Infine è il momento di conoscere Rebecca, la proprietaria.
Mi prega di entrare in casa, di accomodarmi. Anche lì gli animali non mancano: c’è un’intera cucciolata di una cagnetta che ha partorito un mese fa, alla quale ora stanno tentando di far “adottare” un coniglietto appena nato, e una piccola anatra che hanno portato da Reykjavik e che stanno curando.
È per questo che dico che questa non è una semplice fattoria: noi siamo abituati a vederla come allevamento, spesso anche intensivo, mentre qui si salvano gli animali.
Pochi minuti dopo siamo tutti seduti attorno al tavolo, sul quale sono apparsi un thermos di caffé, un bricco di latte , una tavoletta di cioccolato, due ciotole di popcorn, dell’acqua , dei wafers e dei biscotti appena sfornati. Che bell’accoglienza! A Rebecca fanno piacere questi piccoli momenti di relax, inizia subito a fare battute su “noi italiani”. Poi mi racconta della sua vita, delle difficoltà, dei progetti che vorrebbe realizzare.

Adesso è preoccupata perché nelle immediate vicinanze hanno intenzione di produrre energia eolica (sì, sto parlando di quei mulini giganti, bianchi, dalle lunghe pale che girano che ormai si vedono un po’ ovunque). Sono sorpreso dalla notizia: davvero un Paese come l’Islanda ha bisogno di ciò? Non sono sufficienti le varie centrali idroelettriche o geotermiche a soddisfare il loro fabbisogno energetico?
E non stiamo parlando solo di deturpare lo splendido panorama offerto dalla zona: quei mulini, spiega Rebecca, costituiscono un grave pericolo per i falchi, le aquile e gli altri volatili che lei cerca di restituire al cielo dopo averli curati. Sono una minaccia grave, e se volete fare qualcosa firmate anche voi questa petizione.

Quando mi alzo per andar via, però, io sono ancora scioccato dai bambini.
Sono così diversi dai nostri, penso.
Non sono viziati, e imparano a fare lavori manuali fin da piccoli.
Lavorano in gruppo, sanno collaborare.
Imparano fin da subito a rispettare la natura e gli animali.
Giocano con gli animali invece che con dei dispositivi elettronici.
Sognano di imparare a cavalcare, addestrare i cavalli per organizzare delle escursioni coi turisti.

Al momento di prendere commiato, sono preso pertanto da sentimenti contrastanti. Ma prevale l’ammirazione: sono le persone come Rebecca a rendere il mondo un luogo migliore.


Ti interessano gli articoli sull’Islanda? Li trovi tutti qui.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.